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PACE

“Il grido: «Vogliamo la pace!» è troppo umano, troppo bello, troppo naturale”

L. Einaudi, Corriere della Sera, 1948

C’è un’eco potente in queste parole di Luigi Einaudi, scritte nel 1948, quando il mondo cercava ancora di risollevarsi dalle macerie. Luigi Einaudi – intellettuale ed economista di fama mondiale, primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento – non lancia un appello politico: è un grido condiviso, quasi primordiale. “Vogliamo la pace!” è, per lui, un desiderio che appartiene a tutta l’umanità, uscita da ben due spaventose guerre mondiali e minacciata da una terza guerra annientatrice — o almeno a quella parte che rifiuta di avere il “cuore di belva feroce”.

Ma la pace, ci ricorda, non è solo un’assenza di guerra. Non basta dichiararla, auspicarla, o firmare trattati. La pace, per essere reale e duratura, ha bisogno di regole, di istituzioni e soprattutto di coraggio: quello di cedere una parte della propria sovranità per costruire qualcosa di più grande. Qualcosa che ci protegga non solo dalle armi, ma anche dalle ingiustizie, dall’arbitrio, dall’instabilità.

Einaudi la chiamava federazione: un ordine giuridico superiore agli Stati nazionali, capace di prevenire i conflitti e garantire convivenza. Non un’utopia astratta, ma un progetto concreto. Perché, scriveva, “chi vuole la pace deve volere la federazione degli Stati”. Tutto il resto è retorica, o peggio: fumo negli occhi per mascherare ambizioni di potere.

Oggi, mentre le tensioni internazionali si riaccendono ai confini dell’Europa e si diffondono narrazioni sovraniste, le riflessioni di Einaudi tornano quanto mai attuali. La guerra in Ucraina, le crisi migratorie, le sfide energetiche e climatiche ci ricordano che la pace è fragile se non è sostenuta da un disegno comune, da istituzioni capaci di agire insieme, da popoli che si riconoscono parte di una stessa comunità di destino.

È esattamente questo il cuore dell’articolo 11 della nostra Costituzione, redatto proprio in quegli anni: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e accetta di limitare la propria sovranità, se questo serve a costruire un ordine di pace e giustizia tra le nazioni. Non una rinuncia, ma una scelta lungimirante.

Einaudi, con il suo stile rigoroso e visionario, ci ricorda che la pace è un dovere quotidiano, non un regalo da dare per scontato. È un lavoro collettivo, che richiede fiducia, responsabilità e istituzioni solide. E proprio da questo impegno nasce la sua idea di Europa: una Europa federale, pacifica e libera, non come slogan, ma come infrastruttura concreta per affrontare insieme le sfide del presente.

È qui che il nostro viaggio prosegue. Perché per Einaudi pace ed Europa sono inseparabili: l’una non può esistere senza l’altra.

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