Difesa europea, l’intuizione di Einaudi che parla al presente

La guerra in Ucraina e il nuovo scenario geopolitico hanno riportato al centro del dibattito il tema della difesa comune europea. A oltre settant’anni di distanza, le riflessioni di Luigi Einaudi mostrano una sorprendente attualità, indicando nella cooperazione federale l’unica risposta efficace alle sfide della sicurezza internazionale.

Le fasi iniziali del secondo conflitto mondiale all’interno dell’Europa, tra 1939 e 1940, misero in luce una sostanziale incapacità delle singole nazioni di cooperare, di coordinare le proprie strategie di difesa dall’aggressione nazista. Perfino tra paesi confinanti non ci fu modo di concertare un piano comune di schieramento e impiego delle forze armate e la necessità di una corsa a rimodernare e ampliare le proprie capacità di difesa si scontrò con i limiti dei sistemi industriali nazionali e con la progressiva riduzione della possibilità di acquistare armi sui mercati internazionali. Dichiarazioni di neutralità o patti di non aggressione si dimostrarono essere carta straccia nel momento in cui qualcuno decideva di non rispettarli. Visto in altri termini lo si potrebbe definire un caso esemplare di mancanza di resilienza per eccesso di frammentazione.

L’unione federale come unica alternativa all’irrilevanza

Questo precedente e un mutato scenario internazionale post bellico, con l’emergere di due grandi potenze mondiali, definiscono il contesto per la posizione di Luigi Einaudi a favore dell’istituzione di una Comunità Europea di Difesa, incentrata su un esercito comune europeo, secondo la logica di una cooperazione di tipo federale: «Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire».

«Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare.»

Esercito e dogane sono per Einaudi i due elementi chiave in cui la cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali è fondamentale per dare vita a un soggetto politico in grado di non rimanere marginale o passivo nello scenario globale. Un soggetto che abbia il mandato di agire per conto delle unità che lo compongono

(i singoli Stati), anche quando ad essere in questione è la capacità di difesa dal punto di vista militare.

La guerra riporta l’Europa davanti ai propri limiti

Il conflitto esploso in Ucraina con l’invasione da parte della Russia, prima ancora degli sviluppi bellici in Medio Oriente, ha reso necessario riconsiderare la capacità dell’Europa di rispondere a una potenziale minaccia al proprio territorio, di difendere i propri interessi e valori.
L’incertezza su alleanze che si ritenevano solide a livello internazionale, laddove il più importante Paese membro della Nato, gli USA, si muove in totale autonomia – mettendo infine in discussione l’utilità stessa dell’alleanza – pone nuovamente le nazioni europee di fronte ai propri limiti.

Fortemente dipendenti dagli USA per l’acquisto di sistemi d’arma, ma nello stesso tempo in competizione tra loro per l’esportazione di armi, i Paesi membri dell’Unione Europea stanno rafforzando il coordinamento nella difesa nell’ambito di un piano di riarmo con orizzonte 2030, anche attraverso strumenti di finanziamento comune europeo. Tuttavia gli Stati mantengono sovranità sulle forze armate e autonomia nelle decisioni e la cooperazione nel suo complesso resta di tipo intergovernativo. In questo quadro, anche la deterrenza nucleare costituisce una prerogativa di un solo Stato tra i 27.

L’esercito europeo, un’idea mai tramontata

Le parole di Einaudi, scritte a inizio degli anni Cinquanta, quando il progetto di una Comunità Europea di Difesa sembrava prossimo a realizzarsi, richiamano con precisione l’idea e la necessità di collaborare per la creazione di un esercito comune, idea che ha ripreso spazio nel dibattito odierno. Addirittura a conflitto ancora in corso, Einaudi scriveva: «Rinuncia agli eserciti (nazionali; ndr) significa che agli Stati singoli rimangono solo le forze di polizia, carabinieri, guardie metropolitane e civiche e simili -; ma le forze armate sono unificate e fuse, senza che ci sia più distinzione fra soldati ed ufficiali di uno stato e quelli di un altro stato». 

Una scelta ancora aperta

La mancata costituzione di un simile strumento comune di difesa ha le proprie radici nella natura attuale dell’unione tra le nazioni europee, che per Einaudi avrebbe dovuto prendere la forma di una federazione, dotata quindi di un governo fondato direttamente sui cittadini, con autonomia di iniziativa anche sui temi riguardanti la difesa.

Nel caos globale dove oltre quaranta conflitti di diversa intensità e portata sono in corso e mentre le grandi istituzioni internazionali, come le Nazioni Unite, soffrono di una grave riduzione di autorevolezza, credibilità e capacità di intervento, le parole di Einaudi risultano essere di drammatica attualità.

«Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. […] Solo l’unione può farli durare. Il problema […] è fra l’esistere uniti e lo scomparire»

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