L’Europa nella geopolitica dell’intimidazione

La politica internazionale sembra essere tornata al linguaggio della forza, dell’intimidazione e della contrapposizione tra blocchi. Di fronte a questo scenario, il pensiero di Luigi Einaudi indica nell’integrazione europea e nella cooperazione tra Stati l’unica risposta capace di preservare libertà, democrazia e stabilità.

Nel giro di pochi anni, parole e azioni violente hanno ridisegnato lo scenario internazionale. Si è affermata una vera e propria geopolitica dell’intimidazione, che si manifesta tanto sul piano economico – attraverso dazi, sanzioni ed embarghi – quanto su quello militare. La violenza è tornata a essere una modalità ordinaria di relazione tra Stati sovrani e, in questo contesto, l’Unione Europea si trova esposta a spinte centrifughe che mirano al suo indebolimento, se non alla sua disintegrazione, provenienti dall’esterno e, ciclicamente, anche dall’interno. Ogni tornata elettorale nei Paesi membri tende così a trasformarsi in uno scontro frontale tra visioni contrapposte: da un lato l’idea di un’Europa fondata sull’integrazione, dall’altro l’avanzata di sovranismi e nazionalismi. 

Su questa frattura giocano le forze populiste, che manipolano il dibattito sul ruolo e sul futuro dell’Unione, trovando terreno fertile in una pluralità di crisi sociali. Le disuguaglianze – di reddito, intergenerazionali, di genere… – incidono profondamente sulla resilienza del tessuto sociale e diventano uno dei principali fattori di delegittimazione dei governi e delle istituzioni sovranazionali.

«Il tempo propizio per l’unione europea è ora soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà»

Ne deriva una instabilità politica strutturale, che favorisce risposte miopi, orientate al breve o brevissimo termine.

Contro la forza serve un’opera di unificazione

In un mondo segnato da una nuova brutalità, dove lo spazio per la mediazione e il dialogo sembra ridursi drasticamente, tornano di sorprendente attualità le parole scritte da Luigi Einaudi nel 1947: «In un’Europa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici, in cui improvvisamente si scoprono passionali correnti patriottiche in chi sino a ieri professava idee internazionalistiche, in quest’Europa nella quale ad ogni piè sospinto si veggono con raccapriccio riformarsi tendenze bellicistiche, urge compiere un’opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione».

Ciò che oggi viene messo radicalmente in discussione sono i pilastri su cui si fonda l’Unione Europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Sono gli stessi valori che Einaudi individuava come essenziali per colmare un vuoto ideale che avrebbe lasciato le singole nazioni europee schiacciate tra le grandi potenze. Il processo di unificazione, pur incompleto, ha consentito finora all’Europa di mantenere un ruolo rilevante come potenza economica e come modello di integrazione basato su valori condivisi, anche in presenza di tensioni interne.

Il futuro dell’Europa si gioca oggi

La domanda oggi è se questo patrimonio comune sarà sufficientemente solido da tenere uniti i ventisette Stati membri, o persino da esercitare una capacità attrattiva oltre i confini del continente. La risposta potrebbe risiedere nella capacità dell’Unione di elaborare politiche orientate al futuro, in grado di affrontare le policrisi del presente – ambientali, sociali, economiche – e di preservare così identità e ruolo strategico dell’Europa nel disordine globale, segnato dal ritorno di imperialismi, protezionismi e di quella che un tempo veniva definita “politica delle cannoniere”, oggi praticata con ben altri mezzi.

Per questo diventa indispensabile un salto di qualità. Occorre superare l’immagine di un’Unione spesso percepita dai suoi stessi cittadini come ridotta alla sola moneta unica, per avvicinarsi a quell’entità immaginata da Einaudi: una federazione che rispetti la sovranità dei singoli Paesi, ma che al tempo stesso sia «fornita di vita propria, di scopi suoi e di mezzi indipendenti», capace di operare sulla base di interessi comuni e obiettivi superiori a quelli dei singoli Stati membri, attraverso istituzioni comuni e responsabilità condivise.

Una federazione come punto di riferimento

Come ricordava ancora Einaudi, «Il tempo propizio per l’unione europea è ora soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà». L’“attimo fuggente” è dunque adesso: quello per dare forma a una federazione di Stati che possa costituire un punto di riferimento non solo per l’Europa, ma anche per i Paesi non europei che condividono i valori su cui essa è costruita. Ripartire dall’Europa significa immaginare un nuovo ordine mondiale fondato sulla cooperazione, non su una competizione in cui il più forte può imporsi sul più debole con qualsiasi mezzo.

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