Dai dazi al conflitto
il passo è breve
Le tensioni commerciali non sono semplici dispute economiche: possono alterare gli equilibri internazionali, alimentare nuove dipendenze e aprire la strada ai conflitti. Attraverso il pensiero di Luigi Einaudi, il ritorno dei dazi diventa l’occasione per riflettere sul rapporto tra economia globale, sicurezza energetica e necessità di una vera integrazione europea.
Il 2 aprile 2025, “Liberation Day” secondo l’annuncio del presidente Trump, è il giorno che ha segnato il ritorno dei dazi come protagonisti dello scenario geopolitico internazionale. Nella nuova narrativa trumpiana i dazi servono a “punire” i Paesi che approfittando di tariffe troppo vantaggiose inondano il mercato interno degli Stati Uniti con i loro prodotti. Presunta causa di tutti i mali (assieme all’immigrazione) dell’economia americana. Il giorno successivo, si è verificato un crollo generalizzato delle borse.
Quello attuale non è il primo presidente USA a sconvolgere unilateralmente un sistema basato su regole sottoscritte dalla maggior parte delle nazioni. Nel 1971, durante la presidenza Nixon, decidendo che gli Stati Uniti non avrebbero più rispettato l’obbligo di ripagare in oro i debiti contratti, bensì in dollari, venne smantellato il sistema di regole sottoscritto subito dopo la Seconda guerra mondiale a Bretton Woods, e il valore di questa valuta si deprezzò rendendo più competitive le esportazioni americane. Una strategia, allora come oggi, di breve respiro e perfino penalizzante, quantomeno per il consumatore statunitense visto che il Paese registra da decenni un deficit nella bilancia commerciale con l’estero. Lo stesso Nixon, come Trump, introdusse dei dazi doganali, ma fu costretto a ritirarli nel giro di pochi mesi. “La mia filosofia, signor Presidente, è che tutti gli stranieri vogliono fregarci, e nostro compito è fregarli per primi”: parole del segretario del tesoro John Connally. L’idea non ha funzionato, ma oggi viene riproposta tale e quale.
Il protezionismo secondo Einaudi
Queste vicende valgono a conferma di quanto Luigi Einaudi scriveva al proposito: «Una tariffa doganale creata coll’intento di possedere un’arma di negoziazione ha un solo effetto certo; ed è quello di creare monopoli e privilegi a vantaggio di una ristretta classe di produttori nazionali, e a danno della grande massa dei consumatori», aggiungendo «Una protezione doganale la quale non sia temporanea è senza alcuna scusa; essa arreca soltanto il
danno dell’aumento del costo della vita per i consumatori senza una speranza compensatrice della creazione di una industria nuova o del rifiorimento di una industria antica».
«Una tariffa doganale creata coll’intento di possedere un’arma di negoziazione ha un solo effetto certo»
Quando il commercio diventa conflitto
Oggi però, a differenza di quanto accadeva negli anni Settanta in un mondo ancora diviso in blocchi, il sistema degli scambi commerciali ha portata globale e gli effetti di politiche protezionistiche unilaterali o di crisi localizzate si ripercuotono con una intensità ed estensione imparagonabili e con conseguenze imprevedibili sul piano internazionale. Portato alle sue estreme conseguenze il confronto combattuto a forza di tariffe doganali sfocia nel conflitto armato. Se si riporta questa dinamica al settore dell’energia tutto appare più lineare: produrre instabilità in Medio Oriente (laddove serve) può farti diventare (gli USA in questo caso) il maggiore esportatore mondiale di combustibili fossili. Per quanto tempo e a quale prezzo, sembra non importare.
È proprio l’energia quindi a rappresentare nel modo più chiaro la fragilità di un sistema economico pienamente globalizzato nel momento in cui il piano delle regole che definiscono i rapporti tra le nazioni viene ribaltato da uno o più giocatori. Con un aumento dei consumi stimato a +52% al 2050, l’energia è al centro delle tensioni geopolitiche, mentre le filiere lunghe del sistema energetico – in forte trasformazione, ma ancora sbilanciato sulla dipendenza dai combustibili fossili – rivelano tutta la loro vulnerabilità. Se le risorse energetiche rimangono geograficamente polarizzate la dipendenza da queste diventa un fattore destabilizzante, a maggior ragione in un sistema in cui i prezzi dell’energia sono stabiliti non dallo Stato regolatore, ma dalle transazioni che avvengono in mercati globali su cui le istituzioni, democratiche o meno, non hanno controllo. In uno scenario simile, per l’Europa perseguire la strada della dipendenza significa coltivare una pericolosa illusione. Altrettanto illusoria e pericolosa, soprattutto per le nazioni europee, è l’idea che strategie fondate su astuzie diplomatiche e concessioni reciproche possano mettere al riparo, nel lungo periodo, dagli effetti di eventi su cui non si può avere controllo. Oggi ne misuriamo a nostre spese l’inconsistenza.
Agire come sistema, non come somma di Stati
Ancora una volta emerge la necessità di agire come sistema, di essere sistema, ovvero quella federazione politica immaginata da Einaudi e che l’Unione Europea non è mai diventata, dove la parziale cessione di sovranità da parte delle singole nazioni trasferisce a un governo sovranazionale le funzioni necessarie per essere soggetto rilevante sullo scacchiere globale, con il potere di esercitarle. Qualcosa di ben diverso dall’idea di una federazione funzionale, ovvero asservita agli interessi dei singoli Stati membri.
Questi negli scritti di Einaudi compaiono come «il nemico numero uno della civiltà umana, il fomentatore pericoloso dei nazionalismi e delle conquiste.
«Il concetto dello stato sovrano […] è oggi anacronistico ed è falso»
Il concetto dello stato sovrano, dello stato che, entro i suoi limiti territoriali, può fare leggi, senza badare a quel che accade fuor di quei limiti, è oggi anacronistico ed è falso». In un altro passaggio significativo aggiungeva: «Prima di parlare di federazione occorre innanzitutto persuadersi che l’idea dello stato sovrano assoluto è anacronistica e nefasta. Che nell’Europa contemporanea possano esistere una trentina di stati sovrani è altrettanto anacronistico come lo divenne la coesistenza di centinaia di città stato e di principati stato nell’Italia del Quattrocento».
L’autonomia europea come condizione di stabilità
Per Einaudi lo strumento delle barriere doganali, dei dazi, assume quindi il valore di simbolo per una condizione delle relazioni tra Stati che prelude al conflitto o all’irrilevanza. Le minacce immediate e i rischi a lungo termine che stanno trasformando l’energia in una questione centrale per la sicurezza nazionale, dovrebbero spingere ad adottare politiche finalizzate a una maggiore autonomia e a ridurre la dipendenza da partner politicamente discutibili o instabili, e da uno scenario globale attraversato da molteplici tensioni e fratture.
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